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Cena conviviale, sulla torre più alta del castello – Rocca Cilento (SA) – Il Trono di Sagre

Cena conviviale, sulla torre più alta del castello – Rocca Cilento (SA) – Il Trono di Sagre


Avevo notato sui social già qualche foto relativa all’inaugurazione del Castello di Rocca Cilento (SA) nella sua nuova veste, in qualche spettacolare ripresa dal drone o in qualche scatto che ne valorizzasse, dal basso verso l’alto, il suo sviluppo in verticale verso il cielo. Siccome però noi si frequentan più le feste di popolo che le corti (avrei voluto fare una quindicina di gag su Vassalli-Valvassori-Valvassini ma il prof. Barbero mi ha smontato tutto il programma) non avevo ancora approfondito.


L’invito


Ed è proprio in questo frangente che con un trillo di MSNisiana memoria compare Cristian Santomauro che bene o male mi fa: “Stiamo organizzando una cena esclusiva, inaugurale, sulla torre più alta del castello di Rocca Cilento, vuoi venire?”.
Il tempo di una grassa risata, senza neanche controllare su Google Maps, arriva la mia conferma di partecipazione.

Mercoledì intorno alle 18, con l’outfit di chi va a prendere (o volendo anche a fare) un gelato a Ischia parto con la mia carovana FIAT alla presa del castello. Il tragitto e le indicazioni sono stra-semplici, ti lasci alle spalle Salerno, imprechi sulla SS18 per 30Km, superi Agropoli, ritrovi il sorriso, dopo 5 km esci per Prignano Cilento e da lì in poi segui per Rocca. Molto apprezzabile al primissimo svincolo già un cartello che ti avvisa di dove sia il borgo medievale.

Castello, prato
– All’interno del torrione si nasconde una suite esclusiva


Non poteva mancare la classica strada alternativa consigliata dal Signor Maps in persona, che ricordiamolo, è settato sul mindset di un contadino delle valli che ti consiglia il sierro, il carraro, la viuzza insomma, quella smart che usano i local, quella più veloce…che però ha una pendenza del 30% quando va bene. A una certa era Dr Strange e il controsenso della follia quando, con il FIATtino quasi ribaltato al contrario, con la strada che era ormai un asfalto di Moebius, il sole rosso come in TORA! TORA! TORA! dritto negli occhi mi arriva di fronte un auto nel senso opposto. Ma ce l’abbiamo comunque fatta.

Finito il cammino dell’espiazione (dunque vi consiglio la strada normale) si passa vicino un punto panoramico dove scatto un selfie pessimo e arrivo finalmente al castello.
Battipaglia-Castello 1 anno sagra (45/50 minuti), fattibilissimo.


Nelle sale del castello


In realtà dovrei dire “negli spiazzi del castello”, perché la parte che mi è piaciuta di più e anche quella che è più presente, sono naturalmente gli ampi cortili. Molto spazio al verde, diversi dislivelli e terrazze, il che da un’idea di un ampio dedalo a cielo aperto dove respirare e rilassarsi.

Abbiamo dunque la parte della scacchiera, dove trionfa un cavallo che da scacco matto alla tua idea di riservare qui all’ultimo momento per il tuo sabato sera, e scendendo una prima rampa di scale, una “piscina” con alle spalle due torrioni che ospitano delle suite!
Ogni torre ha un paio di suite all’interno, con anche spazio sul “tetto” della stessa per una romantica colazione. La vista è talmente bella che trovi l’amore anche se siete tu e il cornetto.
Se ciò non ti basta c’è anche una Jacuzzi, prontamente e con grande spirito di collaborazione mi sono immediatamente proposto di tornare per provarle.

Un accenno alla vista. La posizione del castello è strategica (MA DAVVERO) e hai da un lato il mare, dall’altra il verde del Cilento più vero, un lago, delle vigne, il cielo terso, Capri…una gemma.

Castello, panorama
– La vista sul mare dal Sunset

Proseguendo c’è il Sunset, un’altra terrazza con vista tramonto sul mare (impagabile) e cocktail bar.
Qui, in una miriade di Gin Tonic, vado di Negroni e sorrido ripensando alla via del ritorno e a Dormammu che mi aspetta nel parcheggio.


L’Ammaccata e il rivalutato


Finalmente becco Cristian che mi saluta con il suo solito sorriso.
Ha portato la sua Ammaccata (ne parlammo abbondantemente qui), per tutta la stagione estiva nelle corti del castello.

Al piano di sotto rispetto alla terrazza dove ci troviamo c’è un ampio ristorante (preceduto nella stessa viuzza anche da una stuzzicante zona bistrot) ed è su questi livelli che Cristian si muoverà, tra forni a legna (portati sulla torre con una gru, scena assurda che avrei voluto vedere) e fornetti ben più maneggevoli.

In particolare l’occasione di oggi prevede una cena conviviale nella quale i diversi invitati proveranno una serie di sapori tipicamente cilentani.
Mi accomodo insieme agli altri ospiti, dopo alcune presentazioni volanti avvenute durante il sorseggio del Negroni e mi sistemo cercando una nicchia per proteggermi dal vento.
Purtroppo, infatti, col calare del sole si è alzato un inaspettato vento tipicamente novembrino e io sono in camicia rosa di lino, ma soffrirò stoicamente da vero gentiluomo per tutta la durata della cena.


La cena conviviale


Il tavolo apparecchiato con la vista del mare è qualcosa di commovente.
Mi sento un po’ l’amica della sposa, sono felice per lei, non c’è altro da dire.

Il buffet prevede: Foglie e patate, formaggi, salumi, fiori di zucca mignon ripieni di ricotta, mortazza e altre diverse specialità del territorio.


Faccio un primo piatto di perlustrazione, ancora non voglio farmi riconoscere, ci si gode un po’ la tavolata (che poi era il senso della serata!) e ogni tanto ritorno al buffet con la scusa del bel panorama.
Le pietanze si accompagnano con un aglianico (una delle iniziative più belle è che le vigne che sono nei territori del castello sono concesse a viticoltori locali che poi rilasciano il prodotto finito (insieme ad altre etichette) al castello stesso. Un feudalesimo eticamente corretto!).

In generale, oltre che per i vini, l’idea è proprio quella di attingere negli immediati dintorni della tenuta e di Rocca Cilento, non a caso avevamo anche l’Ammaccata che proviene da un altro Castel(nuovo).


Proprio a proposito dell’Ammaccata, è il momento di riprovare la specialità di Cristian.
L’assaggio inizialmente distratto dalle chiacchiere ma al primo morso ricordo immediatamente tutte le sue peculiarità: Soffice, delicata, mai salata, con il suo blend di pomodori, è sempre lei.

Ne provo 2 fette di quella cilentana classica, poi passo alla mia preferita della serata, cioè quella con alici e pomodorino giallo, che è di un dolce più delicato di quel tramonto rosso che abbiamo visto prima.
Infine, specialità del giorno, patate, cipolla di Vatolla, crema di zucca, fagioli, mentuccia.
Un’altra grande preparazione.

Infine abbiamo proseguito con un fusillo con sugo di carne (non era un ragù perché c’erano dei gradevolissimi pezzettoni di morbida carne all’interno) e dei piccoli cannoli.


Considerazioni


Mi ha fatto molto piacere il ricevere quest’invito, è stata un’occasione per salutarsi con Cristian, che da quando siamo andati a trovarlo al suo ristorante/pizzeria non ha mai smesso di tenersi in contatto con noi, un uomo che impasta, ma impasta anche se stesso, ritrovandosi sempre più delicato e curato ad ogni spolverata di farina (compresa quella che mi sono beccato in faccia quando ho tentato di fare una foto controvento). Naturalmente gran parte della bella serata è dovuta al posto in cui ci trovavamo, una location dal potenziale infinito: Matrimoni, Degustazioni, Mercatini di Natale, Addii al celibato, Toga Party, Baccanali, Lupanari, Sagre (magari!) o Premiazioni (a proposito, a Settembre/Ottobre si consegna il Tegamino D’Oro 2022, ci teniamo in contatto?)

L’idea di proporre cene conviviali mi trova incredibilmente concorde, noi siamo tipi da condivisione e immaginarmi con amici e persone nuove, in qualche terrazza o torre, ad assaggiare, sperimentare e sorseggiare, (magari con qualche turista da fondamentalizzare su quale sia la mozzarella da scegliere) è un sogno che si avvera. Mettici che se ti va puoi passare anche un’elegante serata estiva con un panorama unico e quindi…che altro si può volere?

– Falco

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Riserva 24 | Dispensa selezionata – Serino (AV) – Tavolo Riservato

Riserva 24 | Dispensa selezionata – Serino (AV) – Tavolo Riservato

Questo sarà per fortuna un articolo un po’ atipico, perché “differenti” sono le circostanze che animano Riserva 24. Partiamo col dire che questo crogiolo di prodotti attentamente scelti lo trovate a Serino (AV) e che Fiore è l’uomo che deciderà le sorti della vostra serata.
Al che o starete al gioco o presumibilmente vi accomoderete all’esterno, e non nel senso che cenerete all’aperto.

– Non avete idea di quel che vi aspetta oggi.


Accoglienza


Prima di cominciare va spiegato un minimo come vengono scelti i locali dove decidiamo di andare.
Fondamentalmente o veniamo invitati dai proprietari o ci vengono consigliati direttamente da clienti vicini, per passione o amicizia, al locale. La terza via è quella dove per una pura casualità qualcosa ci colpisce, quasi sempre una foto, o un concetto espresso tramite social (del locale) ed è proprio così che è stato cerchiato di rosso Riserva 24.

Va premesso anche che per mia indole, curiosità, esigenze lavorative e gola la lista dei posticini da provare è decisamente più lunga di quella di Buoni&Cattivi di Babbo Natale, e si accresce ogni giorno.



Detto ciò una volta entrati è proprio Fiore che si palesa da un antro del ristorante e ci tiene a mettere immediatamente le cose in chiaro.
In un discorso tra l’Hartmaniano (“[…]qui vige l’uguaglianza e non conta un cazzo nessuno.”) e la tragicità del Riccardo III ci viene subito precisato che si fa volentieri a meno di critici, esaltazione da web e opinioni inconsistenti che non arricchiscono il dialogo (sul cibo).

La sensazione iniziale è di smarrimento ma quella che da uno sconosciuto può essere fraintesa per arroganza è in realtà un desiderio di voler essere più chiaro possibile.
Grazie alle dosate pause del suo discorso d’introduzione capiamo molto velocemente che Fiore ci sta spiegando le regole del suo regno. Un regno da lui creato (insieme a pochi collaboratori capaci) a sua immagine e somiglianza, un regno di cui fondamentalmente non ha bisogno e che dunque può permettersi il lusso di gestire un po’ come diavolo gli pare. Come sempre poi sarebbe bello che fosse.


Assaggi


La sua idea di ristorazione è una ed è precisa, e se superi una serie di test che non sapevi di star facendo (perchè tu ingenuotto pensavi di essere uscito per cena, e invece!) la capisci anche abbastanza facilmente: Materia prima eccellente, manipolazione minima essenziale, conoscenza, buon senso.

Da Riserva 24 dunque non c’è il menu, perché la stagionalità è fondamentale (“Il menu lo decide la natura”) e in realtà non c’è neanche la carta dei vini (nonostante le 500 etichette presenti!), però c’è Fiore, ci sei tu che sei un ospite e c’è un concetto che si sciorina via via nelle portate, che è il caso di cominciare a descrivere altrimenti famo notte.

Si comincia con una intro semplice semplice, castagna infiocchettata da guanciale.
Niente fronzoli, castagna sbucciata, lessata, contenuta in atmosfera controllata finché non arriva il suo momento, al che cappio di guanciale e via sul patibolo.
Buona, essendo servita calda potete ben immaginare come il grasso del guanciale avvolga la castagna e favorisca un naturale insaporirsi della sua trama farinosa.

A seguire una delle mie pietanze favorite, la ricotta.
Ci viene servita piastrata e caramellata con un accompagnamento di sette differenti pomodori.
I pomodori sono tutti diversi, alcuni hanno consistenze mai provate prima, alcuni molto carnosi, altri, come ti aspetteresti, molto “rinfrescanti” e ricchi di succo. Vi verrà naturale punzecchiare i pomodori uno alla volta per scoprire le tantissime differenze. Vi verrà naturale anche aggredire quel pane scuro e morbidissimo, di cereali, che vi verrà proposto: una bontà.

– Semplice ma perfetto. I pomodorini colorati sono una chicca, la ricotta è da mettersi a piangere.

Subito dopo, tagliere di verdure (peperoni, melanzane, cipollotto) grigliati alla brace.
Su alcune pietanze, a seconda del messaggio che doveva arrivare in tavola, a volte non c’era neanche il sale. Altre volte, ancora, c’era un determinato olio. Di semi, d’oliva, extravergine…
A seconda del sapore che in quel momento dovevi cogliere era presente un condimento.


La bruschetta

Al momento dell’arrivo della bruschetta ci viene fatto intendere che il percorso (per noi) è praticamente finito e sgomenti come quando la mamma ti veniva a tirar via dalla piscina di palline ci apprestiamo un po’ sconsolati all’ultimo boccone.

Si apre il cielo. “Ma che cazzo c’è su questa bruschetta?” Pane e pomodoro? Impossibile. E’ troppo buona.
E la verità è che oltre quei 2 ingredienti in più c’era una fogliolina di basilico e un filo d’olio. Stop.
Addirittura ci è stato portato del sale a parte, indicato (e OVVIAMENTE selezionato) per condirla, ma non ho voluto sapere ragioni, per me era perfetta così e i 5 minuti seguenti sono stati tra noi che ci facevamo spallucce a vicenda, interrogandoci su come fosse possibile che una cosa così semplice fosse così perfetta. (“Materia prima eccellente, manipolazione minima essenziale, conoscenza, buon senso.”)

– La bruschetta migliore della mia vita.

A questo punto dovremmo andar via, ma la curiosità ha il sopravvento, così inizia la serata vera e propria.
Ci rechiamo all’esterno dove Fiore è intento a piastrare e grigliare, su un apposito braciere poco convenzionale ma estremamente pratico, di fianco a una padella gigantesca dove si poteva mantecare un essere umano e ad un erbario enorme e vario.

Qui finalmente abbiamo modo di esprimere la nostra natura curiosa, di persone che fanno questo lavoro sia per passione, sia perché ritengono di avere qualcosa da dire. Rimaniamo fuori a chiacchierare fino all’1, quando ormai tutti i clienti sono andati via ed è a quel punto che, rimossi i pregiudizi e i dubbi, finalmente le difese vengono abbassate e quel che rimane è una chiacchierata amichevole tra golosi.


Conclusioni


Ci sarebbe ancora così tanto da dire…
Dalla concezione di tutta la cultura della carne (il locale dispone di un’ottima selezione, ovviamente), al valore del prodotto, al valore del lavoro, all’evoluzione del concetto di ristorazione. Si è parlato per ore.

– L’innocenza genuina di questo dolce mi ha ricordato il riz au lait francese.
Concepito per bambini, data la sua delicatezza, ideale per me visti i sentori di vaniglia e ricotta che personalmente adoro.

Per fortuna più si parlava e più continuavamo a mangiare, nutriti ad asparagi, improfumati di strutto di cinta senese, omaggiati con un dolce fantastico.
Ricotta, vaniglia (dal baccello), mentuccia, limone, nocciola. Servito in un calice, la bontà.
Non contenti, anzi si, proviamo anche il suo caffè, con dello zucchero artigianale, grezzo, umidiccio, bruno.

Ci sarebbe davvero tantissimo da dire ancora, non ho avuto il tempo di parlarvi della libreria di prodotti che ruotano intorno a voi all’interno del locale, tutti scelti per una ragione, e che sono disponibili all’acquisto, se vi va. E non ho avuto modo neanche di ringraziare chi ha lavorato in sala e in cucina, la cui gentilezza e disponibilità si è percepita in ogni momento, quando ci hanno seguito intorno al tavolo, all’esterno, in cucina, in dispensa, ovunque ci portasse la nostra curiosità.

L’articolo devo concluderlo per forza, perché è già infinito, e per ripicca, siccome ci è stato un po’ ironicamente detto di non pubblicare nulla, perchè si parla anche troppo, l’ho fatto più lungo possibile per dimostrare che anche noi abbiamo qualcosa da dire. E anche perchè questo è il mio, di regno!


Falco

– Link alla pagina FB del locale
Osteria dall’Oste | Osteria slow food – Pellezzano (SA) – Tavolo Riservato

Osteria dall’Oste | Osteria slow food – Pellezzano (SA) – Tavolo Riservato

In un mondo della ristorazione basato sul frenetico, sul riciclo di tavoli e sulla fatturazione (sennò altrimenti come campi?) c’è un’isola felice due passi sopra Salerno, a Pellezzano.
L’Osteria dall’Oste, ridondanza voluta e cercata, perché le cose vanno messe in chiaro fin da subito, sembra fare un percorso inverso a tutti gli altri. Una naturalezza nella quale vien voglia di immergersi e una proposta gastronomica più che all’altezza. Vediamo nello specifico come è andata la nostra serata…

– Un’anteprima del tagliere


L’osteria dell’oste


Appena entrati, con un rapido colpo d’occhio ci si può fare già un’idea di come sarà la nostra serata.
Sulla sinistra si alternano prodotti biologici di alta qualità, un occhio attento (da alternare a quello “rapido” di cui sopra) riconoscerà sicuramente più di una marca nota. Davanti a noi invece c’è il cucinino dove si erge L’OSTE, Fabrizio. Un timido cenno del capo, un sorriso accennato sotto la mascherina, un ciao con la manina (manona!) e ritorna a concentrarsi sui fornelli mentre veniamo scortati al tavolo dal figlio. Uno dei figli, perché qui si fa tutto in famiglia.


L’interno è quello di una classica taverna (giusto per non ripetere ancora…osteria) con tovaglie a quadrettoni bianche e rosse (sono nate prima loro o le taverne?), degli interessanti tavoli che si sviluppano in lunghezza e dei paralumi ricavati da pentole in rame e bottiglie maxi di vino.
Altro particolare interessante è lo spiazzo di fronte il ristorante che lascia ben sperare all’arrivo delle prime calure estive. Non si combatte il caldo in un modo migliore che sedendosi all’aperto con un litro di vino, mi dicono.


Le proposte


Da navigati mangiatori ci dileguiamo con un “Fai tu”. Lasciamo tutto nelle gentili mani dei nostri ospiti, fiduciosi che al solito saranno di larghe maniche, o anche di mezze maniche, che comunque con un sughetto fatto bene ci stanno sempre. Non dobbiamo aspettare molto, in tavola arriva il tagliere.


Ha la sua presenza scenica. Ricavato praticamente dal tronco di un albero, con tanto di corteccia, occupa un coperto al tavolo. E non è l’ideale per chi ha una lavastoviglie da monolocale.
Su di esso troviamo una pancetta timidissima che suda già al primo occhiolino, diversi assaggi di soppressate, formaggi e quella che è la prima chicca dell’offerta Slow Food del locale, la mozzarella ind’à murtedda. La ricorderete sicuramente anche per l’omonima sagra di Novi Velia (SA).


Accompagnano il tagliere diverse damigelle sottolio in abiti di coccio. Da una mulignana a fungetiello molto apprezzata nel suo tipico pizzicore, ad un carciofo tenerissimo accompagnato da patate. Una zuppa di fave con la quale ho accompagnato la qualsiasi e dei peperoni friggitelli sporcati di sugo.
Dirvi tra questi qual era il migliore è veramente scelta ardua.
Forse le fave, per amore personale, ma ho fatto il bis di tutto, eccellenti, davvero.

– Mortadella alla brace


Conclude la lunga scelta di antipasti una mortadella arrostita con stracciata e pistacchio.
Considerato che ormai non puoi uscire di casa senza che qualcuno ti costringa a ingozzarti di burrata/stracciata & pistacchio va al tempo stesso sottolineato l’aromatica sfumatura di brace assunta dalla mortadella. Mi avessero detto qualsiasi panzana a proposito di come era stata profumata, con legni e braci d’altura, ci avrei creduto. Quell’aroma ne rappresentava l’intera identità.


Candele (anzi candelotti)


Siamo sul fotofinish per quanto riguarda la prima bottiglia di vino ormai praticamente andata (un blend di Barbera, San Giovese e Cabernet Sauvignon). Non mi dilungherò non avendone le competenze, ma mi ha piacevolmente sorpreso col suo corpo si leggero ma anche perfettamente amabile (no, non sto ricopiando quello che c’era scritto sull’etichetta), proveniente dalla nota Castel San Lorenzo (SA) ; e nel mentre giunge in tavola la genovese.


All’entrata c’erano delle candele grandi come i ceri della Madonna il giorno dell’Immacolata, con gran piacere ora riesco anche ad assaggiarli. Su di esse questa genovese fatta in casa con “12 ore di cottura e Cappello del prete incluso” (una parte eccellente del bovino, ideale per questo tipo di cotture) che chiede solo di essere mangiata. “Ai clienti piace”, ci apostrofa il nostro gentile cameriere e…come dargli torto?

Sarebbe stata buona in qualsiasi versione, su dei crostini, a cucchiaiate tipo gelato, ottima.
Se vi serve un punto di riferimento per un’ottima genovese, beh questa fa al caso vostro.
Siamo ancora estasiati quando ci viene detto che avremmo provato anche la carne.


L’osteria punta soprattutto sulla sua sezione alla brace (ma vi confido che tutte le proposte erano ottime, quindi che sia tagliere, che sia un primo…cascate in piedi) e ci tiene a farci provare qualche taglio.

Non fingiamo neanche di pensarci. Nel gran piatto centrale compaiono una scottona italiana (servita rigorosamente al sangue, decide Fabrizio, e io annuisco), un capocollo di maiale e salsiccia.
Complice il fatto che eravamo già un po’ satolli e che la carne tende facilmente a riempire, la mia lucidità e il mio linguaggio forbito sono andati scemando morso dopo morso, così come la complessità di queste descrizioni. Posso mettervi la mano sul fuoco a fiamma alta sulla qualità della scottona.
Insieme alla carne, delle patate tagliate e fritte a mano “con pacienz'”, come recita il menu.


Dolce e chiacchiere


Al solito, a fine serata, dopo un assaggio di dolce (tiramisù da me apprezzato perché ci va cauto con la dolcezza, anzi) Fabrizio riesce a liberarsi dalle efestiane fucine/cucine e ci raggiunge per un solare confronto. Ci racconta la sua idea di ristorazione, che mi pare molto chiara. Con un’osteria (era parecchio che non lo scrivevo) aperta 10 anni fa, portata avanti con tutta la famiglia (un piacere per gli occhi vedere l’intesa fra padre, figli e figlie acquisite) e concepita per chiunque voglia venire a concedersi una cena (ma occasionalmente sono aperti a pranzo, controllate i loro social, che linkerò più sotto) rilassata, dove godi non solo di ciò che mangi, ma del tempo che impieghi a farlo, e della convivialità di cui ti circondi nel durante. Abbiamo visto coppie, amici, famiglie con bambini (tra cui uno che simpaticamente mi spoilera urlando il risultato della partita registrata, con uno strillo tale che mi ricorda immediatamente di rinnovare l’appuntamento con quella vasectomia), tutti perfettamente in sintonia con l’ambiente.


Slow food


Ah, è importante, ma mi sono dilungato talmente tanto parlando di fave (“That’s what she said”) che non ho accennato alla scelta Slow Food. Immediatamente post pandemia sono state adottate diverse pietanze e vini che aderiscono a questa associazione di idee su una ristorazione sostenibile.
Conoscete sicuramente il marchio Slow Food e cosa implica, ma andava sottolineato!


Falco

– Link ai social del locale
Festa del carciofo di Paestum IGP – Gromola di Capaccio-Paestum (SA) – 2022

Festa del carciofo di Paestum IGP – Gromola di Capaccio-Paestum (SA) – 2022


E’ il 2022, l’anno della riscossa (si spera) ed Aprile è il mese della fioritura degli eventi e delle prime delizie della nostra regione. Tra questi il carciofo di Paestum IGP.
La Festa del carciofo di Paestum IGP è già nota agli amanti delle sagre per via di una certa costanza nelle sue edizioni, menu ed ospiti.
Non potevamo resistere dal curiosare in quella che per molti sarà l’anteprima della nostra estate.

– Ognuno al posto che la natura gli ha concesso


Impossibile perdersi


Molte volte predichiamo nei confronti di scarse indicazioni stradali ma perdersi l’evento è impossibile.
La statale è tappezzata di manifesti che sotto l’occhio umido di Gigione prendono per la manina e accompagnano fin nella borgata di Gromola, dove in un grande spazio all’aperto, con un vasto parcheggio gratuito, sorge l’evento.

Superati i primi stand random di artigianato e dolciumi ci dirigiamo a sinistra (mentre proseguendo dritto c’è un parco giochi dedicato ai bambini) ed una prima piramide di carciofi, direttamente di TerraOrti, fornitrice storica e sponsor dell’evento. L’anziano signore raccomanda i suoi “figli”, come suggerisce la ragazza allo stand, e mostra la tenerezza e il colore tipico di questi fiori d’Aprile.

“L’aspetto rotondeggiante dei suoi capolini, la loro elevata compattezza, l’assenza di spine nelle brattee sono le principali caratteristiche qualitative e peculiari del “Carciofo di Paestum“, che ne hanno consacrato anche la sua fama tra i consumatori.”

Assessorato dell’Agricoltura, Regione Campania.

Salutiamo velocemente Pasquale e Silvio, due tra gli organizzatori che hanno scelto (anche) Il Trono di Sagre per parlare di questo evento e chiediamo qualche dritta su cosa provare in particolare.
“E’ tutto buono”, ci rispondono, e ce lo aspettavamo, così li prendiamo in parola…e mangiamo TUTTO.


La versatilità del carciofo


Tutta la festa è una celebrazione della versatilità di questo prodotto che, devo rivelarvi con un po’ di imbarazzo, praticamente non apprezzavo fino a…un annetto fa? Dopo aver ritrovato la fede però non ho più smesso e se anche voi vacillate sul giusto cammino questo è il posto giusto per rimettervi in pari.

Decidiamo di partire dalle basi: il carciofo arrostito.

– La città di smeraldo


Dei valorosi figli della patria avanzano a volto scoperto nei fumi di una schiera infinita di carciofi adagiati su un reattore di furnacelle che genera tanto calore ed energia da illuminare l’Estonia.
Non so come facciano a non ritrovarsi rannicchiati in terra con gli occhi colmi di lacrime, come noi dopo Italia-Svezia, perché rimango in zona neanche 2 minuti per scattare delle foto e sono già irrimediabilmente contaminato.
I carciofi vengono irrorati in modo capillare con olio buono, ne prendiamo una porzione e ci sistemiamo in tavola.

– Il carciofo arrostito


Tiro via le prime foglie mentre Corvo si allontana per prendere una birra alla spina aromatizzata al carciofo (ottima). La semplicità di questo prodotto (l’arrostito, non la birra, e sicuramente non Corvo) è disarmante nella sua bontà. Per me è pienamente approvato. Al suo interno troviamo un piccolo scrigno di pancetta e prezzemolo che gli da la giusta carica di sapidità.


Altro giro sulla giostra, altro piatto. Stavolta proviamo il fritto&dorato, cuori di carciofo impastellati e fritti.
Anche qui tutto molto buono, vorrei farvi notare che all’interno di ogni “pizzella” c’è davvero almeno 1/3 di cuoricino, onestà intellettuale dello stand pienamente apprezzata.
Anche questa è una fucina che lavora a pieno ritmo, e non mancano sorrisi e risate, è piacevole poter essere di nuovo qui.

Corvo scopre con disappunto che oltre a mangiare deve almeno far finta di lavorare


Nello stesso frangente proviamo anche il piatto che fa un po’ da antipasto: due fette di pane, una al prosciutto e una con crema di carciofi, ricottina e mozzarella. Qui faccio un casino e infilo prosciutto crudo e ricotta tra due pizzelle fritte, raggiungendo la pace dei sensi e rendendo le mie mani di un unto mai visto prima.


“E’ tutto buono”


Pasquale aveva parlato chiaro dicendo che era tutto buono ma noi se non mangiamo non crediamo e così la traversata fra gli stand continua. Il caciocavallo impiccato non lo vuoi provare?


Porzione da 5 euro (mi pare) con 6 tocchi di pane e caciocavallo. Qui il carciofo si sente poco ma il cacio è buono e onestamente è una pietanza che agli appassionati non posso non consigliare. Tolto che la danza sgocciolante dei formaggi è sempre uno spettacolo apprezzabile.

Altra pietanza dove il carciofo è abbastanza impalpabile è la pizza fritta (quella bianca) che però concettualmente approvo: mangiarla in bianco con questa crema e ricoperta di formaggio mi sa davvero di autentico, di rustico. Il prezzo però è elevato per la tipologia di prodotto (4 euro) quindi dovendo scegliere vi consiglierei piuttosto la pasta con speck, formaggio e indovinaindovina…carciofi (5 euro) che anche se la metti in mezzo e dai 2 forchettate a turno ti da una buona base prima di provare il resto.

– Il vero campione sa che oltre agli sfizi per saziarti ci vuole sempre una base importante


Quel che invece è una vera eccellenza sono a mio parere le polpette.
Ottime, ottime, di un verde fluorescente, colme di carciofo fino al midollo, con 5 euro ne prendete 6, e ne vale la pena.


Non siamo riusciti ad assaggiare il risotto e il panino con salsiccia e carciofi (eravamo ormai satolli) ma la sensazione generale era di grande soddisfazione.


Sensazioni generali


Ho belle parole da spendere per questa festa, proverò un riepilogo breve.

– In ogni stand ho trovato una sincera voglia di fare e una partecipazione sentita all’evento. A queste persone faceva veramente piacere trovarsi lì a “lavorare per noi”, o meglio, per tutti gli avventori e turisti che si sono ritrovati dopo così tanto tempo.

– Partecipazione immensa della gente, che ha risposto con grande veemenza (e ce ne eravamo accorti già in pagina, quando abbiamo cominciato a parlare dell’evento un mesetto prima del suo inizio) il che denota ritrovato entusiasmo e voglia di ricominciare.

– “E’ tutto buono”. E’ vero, è così, testimoniano le foto. Sicuramente entra in gioco il gusto personale ma non c’è una pietanza che abbia “deluso”. Certamente ci sono mix che convengono più di altri (e ora vi do qualche dritta)

– Ditelo coi fiori (arrostiti)


Come ti compongo il menu perfetto


Constatato che LA SAGRA E’ CONDIVISIONE, quindi il segreto per mangiare come porcellini, assaggiare tutto e non ritrovarsi con la cosiddetta “panza in mano” e un buco nel portafogli è sempre quello di andare in gruppo e condividere; Ecco a mio parere un menu perfetto per provare il meglio spendendo poco.

Gruppo da 3 persone, ticket da 10 euro cadauno, 30 euro in totale:
Polpette (5 euro), 2 ciascuno
Carciofo arrostito (4 euro), 2 carciofi in tutto
Fritto e dorato (5 euro), sono circa un 4-5 pizzelle ciascuno
Caciocavallo impiccato (5 euro), io ce lo infilo perchè son 6 tocchi ed è ideale da condividere
Zeppola (2 euro), per essere una zeppola è un po’ cara, ma il dolce ci vuole sempre
Vino (1 euro al bicchiere), il vino non era dei miei preferiti ma se volete circolare su questa pagina senza avere problemi ne dovete prendere almeno 2 bicchieri a testa, sennò finora abbiamo perso tempo

In realtà ci si potrebbe anche fermare qui, e non abbiamo neanche raggiunto la cifra di 30 €.
Naturalmente io vi consiglierei di continuare e assaggiare tutto, ma come vedete è possibile saziarsi di prelibatezze locali a un prezzo ridicolo: 10 euro a testa, manco!

– Vi ricordo che tutte le dritte e le anteprime per i vari eventi le trovate sui nostri Canale & Chat Telegram!


L’evento è ricco inoltre di appuntamenti musicali e di intrattenimento anche per i più piccoli, che potete lasciar scorazzare nelle aree apposite mentre voi condividete romanticamente un bicchiere di vino di troppo, abbiamo trattato l’argomento in un articolo precedente, che trovate qui sotto (CLICCATE sull’immagine per aprire l’articolo)

L’evento dura dal 22 Aprile al 1 Maggio, con apertura a pranzo il 24, il 25 e l’1.
Non perdetevi la serata del 29 col ritorno di Gigione, che è un po’ ormai la mascotte dell’evento.

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Falco

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Valle Degli Ulivi | Agriturismo – Contursi Terme (SA) – Tavolo Riservato

Valle Degli Ulivi | Agriturismo – Contursi Terme (SA) – Tavolo Riservato


In una giornata di grazia concessaci dal clima di questi giorni ci siamo lanciati verso l’agriturismo e maneggio Valle Degli Ulivi, a Contursi Terme (SA) dove, in una vasta tenuta, si avvicendano attività all’aperto e una cucina genuina e molto tradizionale.

Valle degli ulivi, pasta e fagioli
– Piccola anteprima.


Com’era verde la mia valle


Avvicinandosi a destinazione si cominciano a scorgere ambo i lati della strada, che si fa sempre più piccina e tortuosa, avventurosi rigagnoli, che segnalano la presenza del Sele, e una solida e costante crescita di “verde”. Valle Degli Ulivi è infatti, come suggerisce il nome, immerso e incastonato nella sua vallata protetto da una solida muraglia di ulivi che si avvicendano a una serie di vitigni.
In questo florido spazio troviamo diverse attività alla portata di tutti. Dal maneggio, dove riposano i cavalli Maremmani di Nicola, che se ne occupa da 40 anni, alla piscina, passando per il b&b e soffermandosi, naturalmente, alle cucine dell’agriturismo.

Sorpresi dalla bella giornata a cui accennavo prima decidiamo eccezionalmente di non fracassarci immediatamente a tavola ma di fare un giro di perlustrazione sia dentro che fuori, per scattare qualche foto. Una delle cose che più mi colpiscono è il camino. Assopito docilmente al centro della stanza che fa da anticamera, preceduto da un altro forno, quello per le pizze, sembra costituito da levigati menhir e naturalmente è il perfetto punto d’appoggio per scaldarsi un po’ mentre si osservano e scorgono tutti i particolari della grande stanza.


Nonostante questa attività abbia già raggiunto i due decenni di lavoro tutta la struttura sembra restaurata di fresco, nel rispetto dell’opera originale. Apprezziamo molto il tetto in legno, le pareti in roccia e muratura e tutta una serie di dettagli “d’antiquariato” come una bilancia che a occhio sembrava complicatissima da usare e un parco amari purtroppo solo d’esposizione.
Amaro alla crema d’ananas fatto a Nola nel 1976? Come potrei non volerlo assaggiare?

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Il menu del giorno


La formula adottata da Valle Degli Ulivi questa domenica è quella del menu del giorno. Questo ci toglie dall’incombenza di ogni macchinazione possibile su cosa scegliere/ordinare e ci lascia nelle mani delle cucine, benissimo così.

Per cominciare un antipasto misto tra caldi e freddi. Tra i freddi & i cool, come me, troviamo un assaggio di salumi locali (ottimo il prosciutto che si fa subito notare nel suo essere tagliato spesso e per la sua dolcezza) e di formaggio fatto direttamente in azienda (Valle Degli Ulivi è intuitivamente anche azienda agricola). Seguono poi due parmigianine (rosse) e delle zucchine all’aceto.

Valle degli ulivi, menesta
menesta mmaretata

Chiude l’antipasto il vino della casa, naturalmente, e la menesta mmaretata.
La menesta è un piatto tradizionale della cucina napoletana, formato da foglie (cicoria, scarola, verza e volendo anche borragine) e carne di maiale. E’ un piatto tipicamente pasquale e contadino, con una lunga storia alle spalle. Molto saporita, alterna al rinfrancante sapore di minestra di verdure (all’antica ovviamente, con tutte le foglie ben distinte) la sapidità della carne di maiale (principalmente si usano parti della fronte e simili)


Bis di primi


I primi ad arrivare sono i ravioli. Ultimamente penso che abbiamo beccato almeno 10 primi consecutivi a base di ravioli, letteralmente nelle ultime 10 uscite, ma questi si fanno notare per una pasta spessa il giusto (che si sente al morso) al dente (come piace a me) e con un compatto ripieno di ricotta e formaggio. La forma leggermente minuta aiuta a finire il piatto rapidamente, molto apprezzati.

Ravioli
– Notare il raviolo tutt’altro che moscio, che si tiene su da sè


Subito dopo un piatto in apparenza semplice ma che va a colpo sicuro: una pasta e fagioli.
Curiosamente la pasta scelta per accompagnare i legumi è un’orecchietta fatta in casa.
Specifichiamo subito che, come nel caso del raviolo, la pasta fatta in casa è ottima. Si sente subito e spicca per la sua resistenza anche al morso. Nonostante l’abbinamento curioso l’orecchietta si rivela un sicuro giaciglio per il fagiolo e un po’ di forte rifinisce il tutto. Ottimo anche l’olio paesano (anche questo fatto in casa) che rifinisce il piatto.

Valle degli ulivi, orecchiette
– Guardate come sbrilluccica!


E’ fondamentale a questo punto aprire una parentesi sulla genuinità di questo menu.
Una cucina spiccatamente casalinga, e fin qui ci siamo, che non ha bisogno di brillare per originalità poiché ha la forza della materia prima. Paradossalmente all’inizio non abbiamo avuto modo di comunicare con nessuno e quindi non sapevamo con precisione quale fosse la particolarità di ogni piatto, ci siamo dunque affidati alle nostre sensazioni e costantemente, in questa e quella portata, il gusto naturale e definito del determinato ingrediente finiva sempre per spiccare o saltar fuori da sé. Vuoi la pasta al dente, vuoi il prosciutto dolce, vuoi la minestra perfettamente bilanciata tra carne e foglie, vuoi il fagiolo carnoso e cremoso, ad ogni cucchiaiata si alzava la testa del piatto per annuire e chiederci retoricamente “Oh, ma sto fagiolo?”, sostituendo di volta in volta il protagonista del piatto e della frase, con mantenuta e costante sorpresa.


Secondo, dolce e frutta, o viceversa


I secondi sono entrambi di carne, anche in questo caso un piatto molto semplice (pollo, taglio di vitello e patate) però ottimo. Il taglio di vitello è profumato, immagino che il metodo di cottura abbia “marinato” la sua stessa carne, mentre il pollo è ben farcito di erbe aromatiche e con precisa personalità.
Mi si permetta una parentesi anche sulle patate: delle pepite.

Ottime, lucide, con una fine corazza croccante che rivela un cuore morbido e una cottura perfetta, complimenti.

Proseguendo, frutta.
Stesso discorso.
Materia prima? Ottima.
Non ho assaggiato la mela ma il mandarino rivelava un interno rosa cipria che lo faceva rassomigliare ad un confetto e si sarebbe rivelato un’ottima bomboniera, nel caso.
Anche il kiwi, succoso, polposo…era inevitabile dare un morso a qualcosa random e dire in modo solenne “Eh ma si vede che questo lo fanno loro”, perchè era evidente.

Come dolce una zuppetta in due. Buona la crema, di un dolce che non stufa e piacevole la “sfoglia”, ancora una volta equilibrata.
L’amaro (limoncello fatto in casa) lo prendiamo chiacchierando con i proprietari, che avviciniamo in un momento di pausa dalle cucine, approfittandone per fare più domande che in un accertamento della Finanza, difatti poco dopo, a pasto finito, veniamo invitati ad “andare a vedere i cavalli”.


Ti intendi di ippica?


Chi avrebbe resistito dal fare un giretto a pancia piena, coccolati dalle fronde degli alberi e da un sole piacione ? Nessuno, soprattutto se intorno a voi, a metà tra una fortunata versione del Bosco Piccolo e dei Musicanti di Brema scorazzano liberi e felici una moltitudine di creature. Gatti, gattini, polli panciuti, cani di 5-6 razze di diverse che coesistono nella pace dei sensi. Una cornice bucolica e paradisiaca. Ci viene da invidiare quei polli che ciarlano tra le radici a vista degli ulivi, o che si nascondono nei cespugli di borragine.

E’ in questo spiazzo che ci raggiunge Nicola, intento a sellare alcuni cavalli per portare in giro qualche bambino ospite della struttura. Ci racconta della sua passione e delle piacevoli passeggiate lungo il fiume, in quello che si prospetta essere il periodo ideale dell’anno (sentito? Affrettatevi.), ci rende edotti sui cavalli, splendidi animali con cui non ho molto feeling e naturalmente, al momento dei saluti, ci invita a tornare, cosa che speriamo di fare presto.

Valle degli ulivi, maneggio
– Allungando bustarelle al campione in cambio di una dritta sulla prossima corsa


Postilla: Contaminato dalla serenità di questa oasi felice, sulla strada del ritorno, infatuatomi di alcune bianche orchidee selvatiche, mi accosto su una piazzola per coglierne alcune. Never again.
Una muta di cani incazzati come chi in fila alle poste vede arrivare quelli con la prenotazione online salta fuori da un’aia e comincia a bofonchiarmi epiteti intimidatori ai quali con professionalità e coscienza reagisco indietreggiando con rimessa rassegnazione, come si fa a quei posti di blocco che poi finiscono male e che senti in sottofondo a Un giorno in pretura. Ciò non basta. In modo canzonatorio, e aggiungerei anche vagamente sessista, uno dei cani (che tra l’altro ricordava un maestoso Bovaro del Bernese) mi pizzica con un morso il fondoschiena, invitandomi celermente a ritornarmene nella mia cittadina in quello che può essere anche visto come un’osservazione critica al nostro lavoro, ben più pungente, letteralmente, di qualche acido commento sul web.

Falco

Locale
– Link alla pagina FB dell’agriturismo


L’arte della pizza | Da Salvatore – Mercato San Severino (SA) – Tavolo Riservato

L’arte della pizza | Da Salvatore – Mercato San Severino (SA) – Tavolo Riservato


Oggi cuore e pancia ci portano in un locale storico e familiare di Mercato San Severino: L’arte della pizza (Da Salvatore), dove Salvatore, capofamiglia e capopizzaiolo, conduce con grande seguito di amici e clienti la sua attività da 25 anni.

– SPOILER!


L’arte di un vasto menu


Il tutto comincia molto prima di 25 anni fa quando il nonno di Salvatore maneggiava già con cura l’arte della panificazione nel suo mestiere da fornaio. L’esperienza diretta accanto al nonno e varie esperienze in vari settori della ristorazione (in varie parti d’Italia) formano la figura che oggi ci troviamo davanti e che ci accoglie in un piovoso giovedì sera.

Prendiamo posto guardandoci intorno, il locale rinnovato da poco ha una sala interna moderna, tassellata in legno, molto bene illuminata, con clientela varia (dalla famigliola al gruppo di amici) mentre all’entrata, dove troviamo il forno (rifinito con delle belle ceramiche bianche e blu) c’è un simpatico effetto rétro.

Sulla sinistra infatti, campeggia il vastissimo menu del locale, di fronte a noi c’è Salvatore che si dimena tra panetti e infornate e tutto intorno il legno crea un nostalgico effetto “condominio anni 70′” che funge da rassicurante introduzione all’esperienza culinaria. Insomma, il locale rispecchia il suo gestore e le sue idee.


Le specialità


Ci affidiamo ai guizzi di Salvatore e la prima pizza che arriva in tavola è una delle specialità della casa, la Vien’ Mo con mozzarella di bufala (che si fanno mandare da un caseificio amico), melanzane a fette (che arrivano dall’orto di papà), salame piccante (che spesso e volentieri è delle macellerie locali), macchiata di pomodoro, parmigiano e origano.

– Il fascino rustico della Vien’ Mo

Le parti sfiziose della pizza secondo me sono fondamentalmente due: il salame e l’origano.
Dico questo perché in qualche modo si ha l’idea di mangiare una rustica focaccia casalinga e abbiamo questa piacevole alternanza al palato di pomodoro / mozzarella / salame / origano, che quasi in realtà non ti aspetti, ma che convince.

– Si noti la pancetta arricciata

Subito dopo, seconda specialità, A’ pizz do’ monac, con mozzarella, pomodorino giallo, pancetta (locale), caciocavallo del monaco in uscita e tarallo sbriciolato.
Questa pizza è naturalmente ben più sapida e sfiziosa della precedente.
Molto dolce e caramellato il pomodorino, che contrasta in una piccola esplosione la striscia carnosa di pancetta e che si lega molto bene al tarallino.
Io non sono un fan del tarallo sbriciolato poiché solitamente il sapore è abbastanza forte e la consistenza resistente mi infastidisce e distrae, in questo caso però la sua presenza è accennata. Non è invadente, si sgretola facilmente e si amalgama alla pizza senza spiccare con prepotenza. Buon per me.


L’idea di pizza di Salvatore


Dalle immagini avrete potuto notare facilmente, se avete l’occhio allenato da mangioni professionisti, che questa pizza si discosta in modo abbastanza netto dalle pizze di oggi. In teoria sarebbe il contrario, perché sono le pizze odierne che si sono allontanate un po’ dalla retta via, secondo Salvatore.

Lui ha scelto un impasto e una cottura classica, familiare, da forno, come insegnava il nonno.
Abbiamo un impasto poco elastico, che tiene in cottura e che tende (solo in linea generale) al biscottato (ma la pizza è morbidissima, occhio), con una cottura più lenta, meno violenta, a una temperatura più bassa. Con l’aggiunta di una lievitazione dai tempi naturali la pizza risulta dunque ben lontana dal moderno-canotto-gourmet, ma è comunque perfettamente digeribile (dopo la 2° avrei potuto fare le capriole).

Altro fattore da riportare: il prezzo. E’ piacevole dopo tanto tempo osservare il menu e ritrovare prezzi umani, che vanno dal 5 al 6 €, e che permettono di alzarsi da tavola senza abbracciarsi il conto e piangere.

– PANUOZZO.

Per variare, altra specialità, stavolta stagionale e che siamo fortunati a beccare nella sua ultima settimana di programmazione: il panuozzo con mallone e salsiccia.

Poco da dire, saporito, soddisfacente, ancora una volta profumato di casa, rustico ma mai grezzo (si può definire un panino “grezzo” ?), croccante ma non troppo, fine ma non troppo…un gran panuozzo, ragazzi.


Dessert, amari e chiacchiere


Al solito sul finale, mentre picconiamo due fettone di torta (fatta in casa) ci fermiamo a scambiare due chiacchiere con Salvatore, che tra una parentesi e l’altra, a mezzanotte, ancora si alza e torna in cucina per sfornare pizze d’asporto e panuozzi per Nocera e Polla (!), con qualche polletto ogni tanto (perché a Mercato San Severino è d’obbligo, dopo l’exploit del 2008).



Nella lunga lista di cose da scegliere figurano anche pasta e secondi (“Noi fungiamo anche da osteria”), il che solitamente mi fa storcere il naso, preferisco quando un locale perfeziona un solo elemento, invece di dedicarsi a un intero menu, ma sagacemente Salvatore mi tira fuori un pacchero di Gragnano trafilato in bronzo con una vela di pancetta e pistacchio verso il quale alzo le mani con riverenza.
Non vi allego la foto, perché non ho provato e non posso giudicare, ma vi invito a visionare il piatto sui profili social della pizzeria (che al solito trovate di sotto).

– Io modello bradipo, e Salvatore


Ci salutiamo con un abbraccio e una foto di rito, è stato molto piacevole avere un riscontro fuori dal coro su una delle attività più chiacchierate dei nostri dintorni, l’arte della pizza, appunto, che come si specifica in modo inequivocabile in questo caso è…DA SALVATORE.


Falco

– Link alla pagina FB del locale
Taverna degli antichi sapori | Cibo di qualità – Controne (SA) – Tavolo Riservato

Taverna degli antichi sapori | Cibo di qualità – Controne (SA) – Tavolo Riservato


Oggi torniamo naturalmente, visto dove ci troviamo, a parlare di prodotti estremamente tipici e locali del panorama salernitano. Per l’occasione volgeremo nuovamente l’occhio al fagiolo di Controne (SA), una prelibatezza nota in tutta Italia e che per nostra fortuna è presentata in tavola alla perfezione dalla Taverna degli antichi sapori.

Taverna degli antichi sapori, pasta fresca
– Pasta fresca con fagiolo di controne, soddisfacente cremina naturale


Accompagnati da un vento secco…


La giornata è particolare, siamo in missione ad ora pranzo, cosa rara, e al freddo insolito degli ultimi giorni è subentrato un vento afoso e difficile da decifrare. Ci accompagna per il lungo tragitto rigonfio di verde. Controne è un po’ deserta, del resto è ora di pranzo, e il vento la spazza via a piccole folate mentre ci dirigiamo al locale.

Veniamo subito accolti da Donato, che con grande entusiasmo fin da quando ci siamo sentiti la prima volta si è dimostrato disponibile a mettere in tavola tutti i sapori della sua taverna, a cominciare da un vino della casa molto particolare, decisamente amabile. Un mix di uve dove spiccano Merlot, Aglianico, Barbera e anche uve bianche.


Al tempo delle presentazioni subentra quello del tagliere, ormai un rito irrinunciabile delle nostre sessioni.
Lardo, capocollo bello spesso, soppressata (in diverse versioni) e un formaggio stagionato.
Stranamente a dispetto di un prodotto per me spesso troppo aromatico (al quale preferisco il dolce del salume classico) il pezzo migliore è proprio la soppressata.

Al tagliere seguono rapidamente delle patane cunzate con peperone crusco spezzettato, dei broccoli dal sapore quasi orientale (con pomodori secchi), un primo assaggio di fagioli bianchi con crostini (e un olio extravergine che picca da quanto è puro) e un caciocavallo al tegame con una coriandolata di tartufo.

Quasi superfluo dire che nella sua semplicità il fagiolo-con-crostino è probabilmente il piatto migliore, sicuramente l’aggiunta di EVO è un’ulteriore raccomandazione difficile da ignorare. Ogni piatto però è degno di un ottimo antipasto composto, vario, non pesante.

Ad esempio, anche il caciocavallo in tegamino, che solitamente si rivela un chiodoterrificante, è alleggerito dalle scaglie di tartufo. Come? Non vi risulta che il tartufo alleggerisca fettone di cacio? Beh, può essere.


Assaggi di primi


Assaggi, al solito, per modo di dire. Donato ci propone una classica pasta fatta in casa, tra la reginella e la lagana, che accompagna naturalmente col fagiolo locale.
Piatto egregio nella sua semplicità, ancora una volta, che si gongola nella sua cremina al naturale di fagioli che la cottura ha ridotto ad una farinosa purea. Classico e sempre piacevole.

Successivamente, scarola e fagioli con peperone crusco.
Qui ci dobbiamo fermare un secondo perchè il fagiolo si scansa un attimino lasciando le luci dei riflettori per un non-protagonista da oscar. Sto parlando del peperone crusco, che posso dire uno dei migliori che abbia mai provato in vita mia.

Un pochino amarognolo, come le più buone radici di liquirizia, lucido e brillante come un rubino, croccante, è uno snack ideale al punto che mi concentro per diversi minuti solamente su di lui.
Donato ce ne porta un altro paio come fossero dei buoni cubani, in un piattino a parte, e noi li sfumacchiamo allegramente. I venti caldi e il sole non troppo forte sono perfetti per far fiorire questo gioiello locale, che vi consiglio caldamente. Non c’è bisogno di dire poi che anche la scarola e fagioli, bella fusa in una crema perfetta (ma consistente, mai liquida, facilmente distinguibile) risulti ottima.

Taverna degli antichi sapori, Scarola e fagioli
– Peperone crusco spettacolare!

Inaspettatamente come secondo primo arrivano delle italiche coccarde alla Italo Balbo farcite alla ricotta.
Hanno su di noi lo stesso effetto della contraerea in quel sbadato giorno di Giugno del 40′.
Anche se siamo già un po’ semideambulanti, storditi dal sordo frastuono del fagiolo e dai fumi del peperone crusco, il raviolo (di quello parlavo) è vincente per via di un sugo bello sapido e carico (un ragù di carne di maiale), che macchia un candido velo di pasta alla ricotta con nevicata abbondante di ricotta salata. Molto buono, ho una mia teoria sui ravioli e questo per me è vincente.

Taverna degli antichi sapori, ravioli
– Ravioli macchiati di ragù di maiale, con ricotta & ricotta salata


Ancora qualcosina…


In teoria ci si potrebbe anche fermare, ma perchè farlo?
Ritorna in grande spolvero nuovamente il fagiolo, che ormai accetta più contratti di Nicolas Cage, stavolta nelle vesti di una fagiolata locale con salsiccia.

In pochi colpi, aiutati da Corvo che dopo il KO del raviolo ritorna magicamente alla vita con cucchiaio tra le mani, il piatto è terminato e possiamo passare al dolce.

Una scomposta poco dolce, al vin cotto, neutrale sulla stessa riga dei piatti al fagiolo, e molto gradevole soprattutto per chi come me mal sopporta il troppo dolce, il troppo zuccheroso, che tende a stancarmi molto velocemente. La accompagniamo con un mirto della casa.

Scomposta al vin cotto
– Particolare l’uso del vin cotto, consigliata!

Il tempo di una foto insieme e anche questo pranzo si è concluso.
C’era molto da dire, vista la ricchezza dei piatti, ma vorrei anche sottolineare che la Taverna degli antichi sapori spicca anche per una grande disponibilità e attenzione, nei confronti del cliente.

In modo mai pedante siamo stati sempre seguiti, consigliati, indirizzati e siamo stati trattati con i guanti.
Un’attenzione quasi d’altri tempi e che è la norma in questo locale, non l’eccezione.

Vi salutiamo con una foto di gruppo, e a presto!

Foto di gruppo
– Il Trono con i nostri gentili ospiti de La taverna degli antichi sapori

Falco

– Link alla pagina FB de Taverna degli antichi sapori
All’Antica Tavola | Piatti tradizionali – Pontecagnano (SA) – Tavolo Riservato

All’Antica Tavola | Piatti tradizionali – Pontecagnano (SA) – Tavolo Riservato

All’Antica Tavola di Pontecagnano (SA) abbiamo una proposta in apparenza semplice di prodotti tipici campani, con spiccata attenzione verso la parte composta dal Cilento. Non è un segreto, difatti i due chef, unitisi per creare questo posticino, provengono entrambi da magiche porzioni della nostra regione. Il cilento, appunto, e gli Alburni.

All'Antica Tavola, ceci e scarola
– Il perfetto compare di ogni antipasto di terra


Un salotto fermo nel tempo


Tutto all’interno de All’Antica Tavola si ispira ai bei tempi andati, quelli della cucina di casa non come riscoperta o alternativa, ma come unica possibilità di sfamarsi. Anche parlando di arredamento però è facile comprendere come solo sulla carta questo sia un semplice locale a tema, andando un minimo più a fondo si individua subito come anche il singolo bicchiere o la favolosa insegna della Campari siano il frutto di un’attenta ricerca corale, da parte dei due proprietari, egregiamente messa a frutto.


I vinili accompagneranno la vostra intima serata (30 coperti all’interno, che diventano 60 in esterno in estate) tra tavolini in cui stringersi core-a-core o gomito-a-gomito accucciandosi tra una scarpetta e un bicchiere di vino (un Montepulciano della casa, molto gustoso, che si accompagna volentieri in litri al vostro spiluccare qui e lì sulla tavola) mentre Nives, che si occupa della sala, svolazza intrattenendo gli ospiti con origini, scelte e motivazioni sui piatti in menu (da me, avido di lore, sempre molto apprezzate)


Un colorato tagliere


Una delle scelte obbligate è naturalmente il tagliere. Diciamo che ormai nel 2022 l’idea stessa del tagliere vada direttamente consacrata e inserita nel patrimonio UNESCO, poiché è passato concettualmente da intrattenimento al centro, preso quasi per abitudine in sostituzione dell’antipasto*, a qualcosa che rappresenta ogni locale che lo propone, se ci si prende la briga di comporlo come si deve, si intende.

Uno dei tagliere che indubbiamente merita la sua nomea è quello di All’Antica Tavola.

*almeno dalle nostre parti

All'Antica Tavola, tagliere
– Tagliere favoloso

Trattenente il fiato e si parte con la full immersion descrittiva, via!

Partendo dal basso, a destra, ricotta di pecora di Monte San Giacomo, al suo fianco una giallissima pizza chiena. Una catena montuosa di crostini con fagioli di Controne e pezzentella sbriciolata chiudono il trittico.

Sulla scogliera a sinistra, caciocavallo silano DOP, a protezione di una corte di salumi di Morigerati, precisamente del Salumificio Cellito, e di polpettine fritte tipiche del locale.

Salto all’indietro, a protezione del bordo, muraglia di frittata di cipolle ramate di Montoro, vi invito ad apprezzarne lo spessore (ottima, uno dei miei pezzi preferiti della scacchiera) e “patate mparentate” al sugo con cacioricotta che chiude il cerchio.
Al centro una confettura di arance e un classico miele. Vi assicuro che farsi guidare dall’istinto e dai colori di questa pittoresca tavolozza è una delle parti più interattive della cena.
L’aspettativa riguardo la delicatezza della pancetta, l’idea pazza di salvare un tocco di ricotta (che io adoro) per un po’ di sugo e patate lì in fondo (vi assicuro che funziona) o la voglia di schiaffare un lenzuolo di salumi sul crostino e buttarla proprio in marenna vi porterà via allegramente un 20 minuti di ludibrio, in attesa del primo.


Il momento del primo


Come primo piatto Nives ha scelto di farci assaggiare una loro versione della pasta e patate.
Questi paccheri si presentano in una purea fantastica di patate che li impantana in una vellutata distesa di sabbie mobili. Qualcuno deve salvare quei paccheri, a forchettate.

All'Antica Tavola, Pasta e patate
– Pasta e patate da non prendere sottogamba


Io prediligo “l’azzeccoso” anche quando non dovrei, quindi con questo piatto che è un trionfo di tal sensazione ci vado veramente a nozze. Sottolineo però che nonostante chiaramente questo sia un piatto che tende a mandarti rapidamente KO (overdose di carboidrati neanche calcolata) la vellutata è molto piacevole al palato e l’idea iniziale del piatto non è quella di appesantirti (eh beh).
A risvegliare i sensi ci pensa il guanciale croccante, che spavaldo in cima alla collina di paccheri ormai esausti, protegge il fortino. Lieve fossato di olio EVO intorno. Vero comfort food.


Il momento del secondo


Dopo pochi minuti di raccoglimento nei quali, non sazi di carbs, abbiamo anche scarpettato le patate col pane, ecco arrivare una salsiccia allo spiedo.
Secondo tipicissimo che riprende un metodo di conservazione originario di Perito con carni tagliate fini e insaporite all’arancia! Dopo una lunga ricerca infruttuosa i due chef e proprietari hanno deciso di farsele direttamente in casa, ottima idea direi.

All'Antica Tavola, salsiccia
– La salsiccia all’arancia

La salsiccia fluttua su un tappeto di zucca arrostita, cipolle in agrodolce e stracciata.
Anche questo piatto è indice della mentalità del locale: una salsiccia in apparenza paesana, che in pratica è frutto di un’attenta lavorazione, si accompagna ad una zucca arrostita che più tradizionale non si può, con la spinta però della cipolla in agrodolce e l’aggiunta del dolce della stracciata. Torna tutto, no? Quanti punti in più ha preso questo piatto rispetto ad una qualsivoglia banale presentazione di salsiccia timida e triste su letto di insalata iceberg? Domanda retorica.


Dessert e foto di rito


Proviamo tre differenti dolci: Tiramisù, Cheesecake e Panna Cotta.
A me tocca il tiramisù perché forse è arrivato finalmente il giorno che mi affogo per l’ultima volta con la polvere di cacao e schianto sul tavolo, ma non prima di aver apprezzato la giallissima crema ben montata al centro della coppa e di aver provato comunque un po’ degli altri due dolcetti.


Chiude una piacevole cena un amaro alle erbe, radici, bacche e fantabosco e la foto di rito, che ci promette sicuramente un ritorno e un’altra ambita chiacchierata su sapori ed eccellenze prettamente campane, che anche dopo tutti questi anni non cessano di stupirci.


Grazie ai due chef e compagni di cena, Nives e Riccardo, per questo invito da All’Antica Tavola.

Foto di rito
– Invasione della cucina per foto di rito


Falco

– Link alla pagina FB del locale
La Terrazza | Pollo scucchiato – Mercato San Severino (SA) – Tavolo Riservato

La Terrazza | Pollo scucchiato – Mercato San Severino (SA) – Tavolo Riservato

A Mercato San Severino (SA) c’è un’istituzione del pollo, e non stiamo esagerando. Si parla di marchi registrati e sigilli di garanzia su quello che è il vero, unico, rovente…pollo scucchiato.

Siamo a La Terrazza, e tanto per cambiare abbiamo decisamente fame.

La Terrazza, Pollo Scucchiato
– Polletto scucchiato classico, con patate


La Terrazza, anticamera e inizio della cena


E’ un lunedì sera molto freddo, soprattutto a Mercato San Severino (SA) ed è la nostra prima visita ufficiale a La Terrazza. Lo stesso non si può dire di una vasta serie di appassionati che non mancano l’appuntamento neanche a settimana appena iniziata. Se non si fosse capito il locale è pieno!

Facciamo un po’ di anticamera vessati dall’antica maledizione che porta qualsiasi over 50 a non poter pronunciare correttamente il nostro nome (Il Trono di Spade, Il Trono DELLE Sagre e tante simpatiche variazioni sul tema) e rapidamente ci accomodiamo in un piccolo tavolino in posizione strategica. Ora abbiamo gli occhi su tutte le portate che passano in sala e possiamo cominciare a sbirciare e a farci qualche idea su cosa ci aspetta stasera.

Bando alle ciance e si comincia rapidamente con una Nastro da 66, un po’ di mallone con pane fritto, broccoli “saltati” e una focaccia bella grossa e fumante.

Mallone
Mallone


Inizialmente dribblo la focaccia temendo la grande onda di carboidrati che andrà inevitabilmente a contrasto con l’arrivo del pollo ma poi mi lascio convincere da un mallone ottimo e cremoso e dai broccoletti lievemente speziati e solo leggermente amari, che si sposano benissimo nel farcire la focaccia di cui sopra.


I tanti polli de La Terrazza


Rapidamente in tavola giungono due prime porzioni di pollo.
Abbiamo naturalmente una versione classica con patate ed una versione un po’ più laida con ingombrante presenza di porcini e provola.

Alla vista il piatto dice già la sua, è un trionfo di pollo, ma partiamo subito con l’assaggio.

Sono immediatamente sorpreso dalla prima forchettata, dove incrocio avidamente patate, provola e funghi. Le patate hanno una crosticina dorata che definisce una superficie levigata dai grassi e dal forte calore del forno, sono perfette. I funghi dal canto loro sono grandi quanto chicchi di grandine, quella da Allerta Meteo, e la provola unisce il tutto con la sua indole dolce e delicata.

Il pollo, naturalmente, è ottimo. Cerchiamo di capire quali sono le sue vere peculiarità e facciamo anche un passo indietro, per scoprire come è diventato così iconico in questo locale.

La Terrazza, pollo con provola, funghi e patate
Pollo scucchiato con patate, provola e porcini


Le origini del mito


Un buon 15 anni fa, in un locale che fungeva da ristorante e pizzeria si deve far fronte a un problema: i clienti affezionati sono già parecchi, il pollo allo spiedo ha cotture troppe lunghe ed è anche difficile da dosare, il che crea spiacevoli problemi logistici quando vuoi offrire solo il meglio.

In un lampo di genio, una sera, per ovviare proprio a questi problemi di attese, un polletto finisce a tocchetti dentro una tiella. Un po’ come la povera Laika diventa non volendo il primo animale a sfidare le profondità dell’ignoto, in questo caso un forno a legna che va per i 500°.
Viene letteralmente scucchiato, uso locale che definisce una cottura al volo e soprattutto a fiamma alta!

Il pollo ficcato nel forno destinato solitamente alle pizze cuoce in modo estremamente rapido. Questo ne sigilla i succhi, non lo secca e inoltre viene aromatizzato dai fumi naturali della legna, subendo un veloce ma consistente affumicamento naturale. E’ nata una stella.

Il successo è immediato, la folla impazzisce, il marchio viene addirittura registrato e sono 15 anni consecutivi che l’entusiasmo e la voglia di pollo continuano a portare clienti sempre nuovi (e a fideizzare i vecchi) presso La Terrazza.

Pollo alla cacciatora
– Pollo alla cacciatora


Tornando alla realtà del nostro tavolo la selezione di pollame aumenta e ci viene presentato un polletto in umido, al sugo, con le olive. E’ la versione alla cacciatora.

Devo dire che sono rimasto molto sorpreso dal suo sapore, quando si parla di pollo in generale non è che ci si aspetti un’esplosione di gusto e invece qui ogni piatto ha una sua specifica caratteristica.
Perfino la versione classica ha un gusto deciso, ben lungi da qualsivoglia pennuto che possiate realizzare in padella tra le mura di casa, da La Terrazza il pollo è uno speciale caso a parte, non un’alternativa quando non si sa che prendere.


Racconti, sogni e dessert


Tra una portata e l’altra spuntano tra sala e cucina Stefano e Michele, padre e figlio non staccano gli occhi dai polli da ben 15 anni (30 se consideriamo la primissima apertura del locale) e nonostante il successo di pubblico hanno deciso di non cambiare la formula vincente.

Stefano è al forno, controlla e rimescola i polli per controllare che la cottura violenta non li bruci mentre Michele si occupa della sala, accompagnato da uno staff felice e longevo.

E’ piacevole, al solito, sentire le storie e le origini del locale. Dalle chiacchiere e le battute scambiate percepiamo l’amore e la cura per ciò che i due servono in tavola ogni giorno, a pranzo e cena (martedì e mercoledì esclusi!) e prima di accompagnare il dessert con un passito scopriamo l’attenzione particolare che il capofamiglia dedica anche al caffè, definito importante come un bacio, di cui ti resta il gusto, se è particolarmente buono. La definizione calza a pennello, mi permetto allora di definire questo pollo un caldo abbraccio, fondamentalmente unticcio, ma piacevolmente familiare.

La terrazza, dessert
– Il momento dei dessert fatti in casa


Per i dessert sorvoliamo rapidamente tutto il campionario: tiramisù fatto in casa, panna cotta con frutti di bosco (gradevole la spinta amara dell’agrume, mandarino I suppose?) e una gran bella fetta di torta di mele casalinga con mandorlone, ottima, ne vorrei ancora un po’ anche adesso per colazione (immaginate aver voglia di torta mentre scrivete di pollo al forno, ho le papille gustative in shock anafilattico)

Falco e Corvo
Falco e Corvo pronti da scucchiare, con Michele e Stefano

Falco

– Link alla pagina FB del locale!
Villa Marchesa | Pizzeria-Agriturismo – Castelnuovo Cilento (SA) – Tavolo Riservato

Villa Marchesa | Pizzeria-Agriturismo – Castelnuovo Cilento (SA) – Tavolo Riservato


Nella serata di ieri siamo stati felici ospiti di un’istituzione cilentana, l’Ammaccata, nelle vesti di Cristian Santomauro in persona (o viceversa?). Ma non facciamo confusione, andiamo per ordine.
Nella sua Villa Marchesa, a Castelnuovo Cilento (SA), Cristian ha da anni ridato lustro ad un’antica preparazione, l’Ammaccata appunto, l’originale ricetta della “pizza cilentana” e ci tiene a mettere tutti i puntini sulle I giuste. Vediamo!


Cristian e la sua pizza


Premessa: Il lavoro di Cristian, durato anni, nella sua riscoperta di antiche preparazioni merita decisamente un capitolo a parte. Abbiamo dunque deciso di scrivere un approfondimento (che seguirà a breve) solamente sull’Ammaccata, con vita morte e miracoli della stessa e di concedervi in questo articolo giusto un’infarinatura (ahah!).

Alcune caratteristiche di questa pizza che possiamo però svelarvi sono una bassa sapidità dell’impasto (volutamente si lascia al condimento, con i suoi sapori naturali, il compito di dare spessore al gusto) e una maglia glutinica molto bassa, il che la rende molto delicata e fragile.
Altra caratteristica del caso è l’ovvia tendenza ad usare prodotti autentici, locali e che favoriscano il fiorire di una piccola economica locale. Ciò che Cristian non trova nel suo campo, lo trova nell’orto del vicino.

Ora che ne sapete qualcosa in più…possiamo cominciare!

L'originale
– Il punto di vista dell’iceberg, in Titanic


Un impasto per quattro diverse preparazioni


Villa Marchesa ci accoglie in un sabato sera decisamente partecipato, c’è pienone e dopo aver vagato nel cortile con imbarazzo, mancando l’entrata giusta in un paio di occasioni, finalmente ci accomodiamo e dopo un giro di sorrisi e presentazioni diamo il via libera a Cristian di guidarci in quest’avventura.
Siccome la serata sarà a base di lievitati chiediamo subito un paio di Leffe e un Agrado rossa, per adeguarci.

Per iniziare ci viene servito un cuscino da paggetto ricamato a mano e successivamente fritto.
Questa fantastica gag solo per farvi intuire quanto fosse ben presentata questa piccola, soffice, gonfia pizza fritta di cui Cristian ci illustra le delicate caratteristiche.
Appena sfornata è questione di minuti prima che appassisca dunque va immediatamente “condita” e servita, nonostante fosse bella gonfia, ci svela, in cucina era almeno il doppio!


Vorrei farvi notare, inoltre, la consistenza di quel fazzoletto di seta che è il rosso sugo che la ricopre.
Non c’è un buchino, non c’è una goccia che colori il piatto di rosso, il sugo è viscoso, tirato, sapido, un concentrato, una coulis di pomodoro. Corvo apprezza.

Formaggis in fundo, la pizza galleggia tronfia su una cremina di pecorino che si abbraccia e si compensa con il saporito pomodoro. Questo è un gran bell’inizio, ragazzi.


La classica ammaccata


Subito dopo la matriarca delle pizze arriva in tavola, è l’Originale.

Tre tipi di pomodori cotti.
Pomodoro pelato, datterino e pomodorino di collina biologico dei moresani.
A fine cottura, abbondante cacioricotta di capra cilentana ”Presidio Slow Food” e origano del monte Stella.

I tre pomodorini, come nel caso accennato della pizza fritta, sono fondamentali per dare gusto ad un impasto che, ricordiamo, è volutamente povero di sale per tradizione.

Villa Marchesa, l'Originale
– L’Originale


Ho avuto l’impressione ancora una volta di una pizza molto delicata, altamente digeribile, semplice, ma incredibilmente saporita. Trovavo riscontro, al palato, di tutte le spiegazioni che mi erano state fornite.

Vorrei sottolineare che questa è un’ottima occasione per farsi una cultura in modo soddisfacente, mangiando con gusto e scoprendo di pari passo il mondo di storia che si nasconde dietro una semplice infornata. Ve la consiglio, ma non in DAD.

Il nostro viaggio in Cilento continua, ci viene servito un viccio.
In questo caso ci viene spiegato che a differenza del viccio originale (che ricordiamo essere un prodotto che fungeva un po’ da test e da prima infornata, e che veniva poi consumato come pane un po’ da battaglia, risultando naturalmente molto pesante data la bassa lievitazione, traduzione: era inghiommoso, e non poco) questo è molto più leggero e croccante perché nonostante la preparazione sia quella classica viene forgiato in tre differenti infornate che lo rendono molto più moderno e consono ad essere servito farcito, a cena, senza mandare ko i commensali per overdose di carboidrati.
E’ un po’ un panuozzo, ma cilentano, mi seguite?

Farcito con fior di latte, petali di pancetta di Gioi, olive ammaccate e olio EVO.


La pizza, il viccio e il calzone


Altro giro sulla giostra, altra modalità e versione di questo magnifico impasto a base di Carosella (come tutti quelli che l’hanno preceduto) in una forma ancora diversa, quella di Calzone.

Per questa portata Cristian usa verdure di stagione del suo orto o erbe spontanee di campo.

Le verdure vengono saltate in padella con olive Salella ammaccate del Cilento Az. Salella ”Presidio Slow Food”, alici di Menaica Az. Donatella Marino ”Presidio Slow Food”, cacioricotta di capra del Cilento Az. Starze ”Presidio Slow Food”, olio extra vergine d’oliva.

Gran forza di questa preparazione è la qualità degli ingredienti.
Vi ricordo ancora che il pane per quanto importante fa da altare a ciò che contiene ed è favoloso incrociare masticando olive, alici e cacioricotta. Tre consistenze, tre sapidità diverse, un unico, completo risultato.

Villa Marchesa, Calzone
– Il Calzone


Una persona normale a questo punto sarebbe già bella piena e soddisfatta, ma noi siamo un po’ animali e quando Cristian avanza un flebile “Altra pizza?”, noi annuiamo senza pietà.

E’ mezzanotte e mezza, come Joe Dante aveva provato inutilmente ad avvertirci dovremmo smettere di ingozzarci, ma noi non seguiamo mai le istruzioni, a meno che non siano quelle di una ricetta.

La terza (quarta?) pizza è La Crusca di Teggiano con Fior di latte e post cottura petali di pancetta del piccolo salumificio di Gioi, polvere di peperone crusco di Teggiano e chips di Sciuscellone di Teggiano P.A.T., olio EVO a crudo, basilico.

Villa Marchesa, La crusca di Teggiano
– La Crusca di Teggiano


Molto diversa a primo impatto da tutte le pietanze assaggiate finora, è evidente che non si tratta di una pizza classica ma è comunque impasto a base di Carosella, come tutti gli altri, a testimoniare la grande versatilità dei grani e la grande manualità di chi vi armeggia nelle cucine.
Vi sorprenderà la chips di peperone crusco, estremente diversa da quelle cui siete abituati.
Molto amara, terrosa, quasi come liquirizia, come una radice.
Intuibile, fa da contraltare al tenue sapore della pancetta tagliata fine.

Siamo dunque giunti al finale? Si, è il momento del dolce.
Il Cilentomisù a sorpresa (o forse no, vista l’estrema coerenza che contraddistingue Villa Marchesa e i suoi piatti) è un po’ l’inverso di tutto ciò che abbiamo provato finora e allo stesso tempo una naturale continuazione: è poco dolce.
Lasciatemi spiegare, è volutamente poco dolce. Non si sente la spinta di zucchero tipica della crema poiché il vin cotto, il pepe di sichuan e l’arancia smorzano questo lato ma ne creano uno unico, completamente differente. Posso osare dire che ci starebbe da Dio, di fianco, un distillato di quelli corposi e possibilmente barricati? Probabilmente si.

Cilentomisù
– Cilentomisù!


Villa Marchesa, in sintesi…


E’ stata una gran bella esperienza. Devo necessariamente sottolineare la gentilezza, la disponibilità, la pacatezza e l’umiltà di Cristian Santomauro che fin da quando ci siamo sentiti la prima volta a telefono si è posto come una persona completamente a modo, quale è, oltre che ad essere un professionista con l’animo d’artista (grande amante dell’arte, non perde occasione per enunciarci un vero saggio sull’argomento).

Nonostante siamo in questo mondo da ben 6 anni fa sempre piacere trovare qualcuno che è ansioso di mostrarti tutto il suo mondo (nonostante il web ne sia ormai tappezzato, Cristian è infatti comparso in diverse interviste e su diverse testate, anche leggermente più autorevoli di noi, tipo la Rai) non per sbatterti in faccia il suo successo ma per spiegarti le varie sfaccettature in modo che tu possa poi goderne quando ne trovi riscontro nel piatto. Una serata piacevolissima, dove persino una soundtrack di Madonna in loop sentita per 4 volte, come in una distorta San Junipero, non è stata altro che una eco distante, coperta dal nostro incessante ruminar pizza.

Restate con noi per l’approfondimento promesso sulla Ammaccata, e le sue origini, e probabilmente anche sul Viccio. Maybe.

Il Trono e Cristian Santomauro
Il Trono sopraffatto dai lieviti e Cristian Santomauro


Falco

– Link alla pagina FB di Villa Marchesa